Andiamo al Cinema
Dal Frankenstein di Guillermo del Toro alla Sposa di Frankenstein di Maggie Gyllenhaal.
Non la vogliono proprio lasciare stare Mary Shelley in quel di Hollywood, ma la scrittrice che per una scommessa è diventata immortale, non dovrebbe starsene a rigirare nella tomba come la immagina Gyllenhaal, fiera invece dei mostri che ha generato.
Qui siamo distanti dai sogni gotici e fedeli al romanzo che del Toro ha portato a Venezia e su Netflix, siamo prima di tutto tra Chicago e New York nei ruggenti anni '30, siamo al cospetto di una creatura che si sente sola e non amata e che chiede a una dottoressa più umana, più comprensiva, più femminile se proprio vogliamo sottolinearlo, di procurargli una moglie.
Una moglie che ha il corpo di Ida, uccisa dalla mafia perché ha parlato troppo, ma ha la mente impossessata niente meno che da Mary Shelley, che sbraita, che urla, che lascia uscire parole, giochi di parole, allitterazioni e sinonimi come un fiume in piena. Risvegliata dalla sua morte, questa sposa senza memoria di essere una moglie non ci sta, non ci sta di non ricordare nulla, di rimanere chiusa nella casa di quella dottoressa, di essere promessa ad un uomo pieno di cicatrici e segni che la pensa sua, e si lascia andare a balli scatenati, a bevute irrefrenabili, mettendosi in pericolo, di nuovo, rischiando tutto, di nuovo, ma venendo salvata da quello che diventa il suo compagno di fuga e il suo guardiano, chiamato a vigilare, sì, ma anche ad ammirarla.
Una fuga a due che si lascia dietro una scia di sangue e di omicidi, di uomini che vogliono troppo, che non sanno accettare un no o un volto diverso dagli altri.
E questa fuga, quando può finire, come può finire?
Purtroppo non sembra saperlo nemmeno Maggie Gyllenhaal che nel suo secondo film da regista -ma il primo da sceneggiatrice- eccede ed esagera e non sa tenere a bada la sua sposa che urla, balla, corre, grida e uccide e si difende e ama.
Ci illude, questa Sposa!, di avere una meta, di avere una missione, anche perché passato un primo atto di presentazione e di sangue, entrano in scena due detective molto sui generis, lo stropicciato Peter Sarsgaard e la pungente Penelope Cruz ad indagare sugli omicidi e a mettersi sulle tracce di questi rinvigoriti e arrabbiati sposi.
Peccato che la fuga interessi più delle indagini e dai facili giochi di potere, che le mete passino senza lasciare peso, che si ritorni al punto di partenza senza avere davvero costruito un grido di protesta, una rivoluzione incalzante nonostante emuli più del trucco e delle pose che delle intenzioni, inizino a far scorrere sangue nell'America in rivolta.
Al primo weekend di uscita, La Sposa! è già stato bollato come un flop al boxoffice, e la sala con soli 5 spettatori in cui l'ho visto sembra confermare il fatto che Warner Bros. non c'ha creduto abbastanza, nonostante il suo averlo salvato da Netflix e la libertà creativa lasciata a Gyllenhaal e nonostante il suo poter contare su un Frankenstein che è invece in corsa per gli Oscar, e una Jessie Buckley che la statuetta sembra già averla in tasca.
Nonostante i modi dimessi, la timidezza, il romanticismo e gli scoppi d'ira e di ballo di un ancora una volta irriconoscibile Christian Bale, è Buckley la mattatrice del film, la vera protagonista con i suoi sfoghi fisici e verbali, con la sua figura elettrizzante e la sua interpretazione mai caricaturale, lei che si impone, con il solo Jake Gyllenhaal a rubarle la scena quando ci entra dagli schermi di un cinema ballando e cantando. Ma forse è solo una cotta che non passerà mai a parlare.
Ha personalità, questa Sposa e questo film, ha una direzione che sembrerebbe precisa pur poi perdendosi, ha uno stile fumettoso che va da quel trucco deciso e sbavato, da quell'abito arancione di seta arrivato troppo tardi per concorrere a Halloween o a Carnevale, e quella fuga carica di rabbia e di vendetta e di sensi di colpa che richiama agli Assassini Nati che ne potrebbero fare uno dei film dell'anno.
Spiace invece che questa carica si disperda velocemente, non riesca ad essere contenuta, esplodendo in un balletto che vorrebbe diventare virale, in un finale che non sa quando fermarsi e ci riporta da quella dottoressa, tra spiegoni e troppe parole, a quel grido femminista base senza riuscire a graffiare davvero. Tra detective che restano abbozzati, fughe che si fanno frettolose e scene bollenti che vogliono dare scandalo, preferisco comunque questa rivisitazione personale, posseduta e stilosa, rispetto al Frankenstein originale che non ho ancora avuto voglia di rivedere.
Manca di direzione, certo, manca a volte il punto e a volte di efficacia, ma non manca di carattere, di personalità, di coraggio.
Voto: ☕☕☕/5



Andrò nel weekend!
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