18 aprile 2020

The Innocence Project

Settimana Crime

Neanche a farlo apposta, Netflix copre l'ultimo giorno di questa settimana dedicata al Crime con una nuova docuserie uscita di fresco mercoledì.
Una serie che va a presentare più casi, tutti sostenuti, portati avanti, difesi da The Innocence Project:
lo studio legale con sedi in tutta l'America (e anche nel mondo, Italia compresa) partito per scagionare attraverso il test del DNA chi ingiustamente in carcere e sempre alla difesa di chi si proclama innocente.
Il progetto fondato da Barry Scheck e Peter Neufeld si era già visto al fianco di Steven Avery e negli omicidi di Ada di cui si è parlato ieri.
Qui vengono analizzati altri 8 casi in 9 episodi dalla durata variabile, dividendoli in tre diverse variabili che non dovrebbero più essere accettate dal Sistema Giustizia: i testimoni oculari, le prove scientifiche opinabili, la condotta spregevole di poliziotti e procuratori.



Me lo sono chiesta e continuo a chiedermelo: che senso ha farsi stuzzicare e farsi del male seguendo la storia di chi ha perso anni di vita dietro le sbarre semplicemente per essersi trovato nel posto sbagliato, aver frequentato le persone sbagliate, essersi inimicato il poliziotto sbagliato?
Soffrire e piangere calde lacrime una volta che la verità viene a galla, rimanere sempre troppo coinvolta, troppo colpita, per le storie al limite dell'assurdo che sembrano invece l'ordinarietà nell'America dove vige la povertà, il razzismo, la poca istruzione e il bisogno di risolvere a tutti i costi un caso, anche mettendo in carcere un'innocente?
Me lo chiedo, dicevo, e trova la risposta in questi casi, che oltre a far soffrire, aprono gli occhi: no, il testimone oculare non è mai attendibile, il classico confronto all'americana non dovrebbe più avere valore legale.
Non se i ricordi si sfocano, se la razza influisce sulla percezione, se pure quella donna violentata e sicura al 100% di aver riconosciuto il colpevole, si sbaglia. Scoprendolo dopo 20 anni, diventando all'improvviso colpevole a sua volta, e trovando la forza di andare avanti solo nel raccontare del suo errore in conferenze e riunioni.


Non valgono le prove scientifiche che sono opinabili: quei calchi di morsi che hanno messo nel braccio della morte Ted Bundy, magari un altro odontoiatra forense non li avrebbe nemmeno accettati come morsi, magari nemmeno come umani.
Si distruggono vite convinti di avere la verità in tasca mentre studi dimostrano come se messi a confronto, 100 odontoiatri non arriveranno mai a una sola verità.
E come dare fiducia alla polizia che minaccia ed estorce confessioni e testimonianze? Come darla a procuratori che nascondono prove alla difesa? Come, se vige per loro l'immunità, se chi ora è finalmente innocente non viene nemmeno risarcito per gli anni passati e persi in carcere?


Grazie a Innocence Project il marcio esce allo scoperto e aiuta futuri giurati a non fidarsi troppo di chi punta il dito e riconosce il colpevole, futuri avvocati a fare attenzione alla burocrazia, futuri innocenti a giocare da subito le giuste carte.
Aiuta ad aprire gli occhi e soprattutto a denunciare quello che non va, mostrando procuratori e governatori che tutto questo lo capiscono e cercano di fare onore al loro giuramento, di correggere errori, di ammetterli.
Le storie di Adnan Syed, Ron Williamson, Dennis Fritz, Tommy Ward, Karl Fontenot e ora di Chester Hollman III, Kenneth Wyniemko, Alfred Dewayne Brown, Thomas Haynesworth, Franky Carrillo, Levon Brooks, Kennedy Brewer e Keith Harward ci insegnano questo.
Il loro ritorno alla vita aiuta, ma sembra una goccia in un oceano immenso.
Questa Settimana Crime che mi ha portato ancora una volta in una voragine da cui esco a fatica, avvilita e con una cronologia piuttosto spaventosa nel computer, mi vede ora priva di parecchi litri di lacrime, ma arricchita, più preparata, più indignata.
Sempre per una giusta causa.


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