Andiamo al Cinema
Strana la carriera di Brendan Fraser.
Da star amata e popolare degli anni 2000 a un triste dimenticatoio, da un ritorno in grande spolvero con tanto di incetta di premi compreso l'Oscar e il ben volere di colleghi e amici che in quegli anni di dimenticatoio lo avevano dimenticato e infine la fatica a trovare il suo posto, tra ruoli non così riusciti tra serie TV e film, in attesa forse della sceneggiatura giusta.
Finalmente, è arrivata.
Sotto forma di un film per famiglie targato Disney, ambientato in quel Giappone che tanto affascina noi occidentali ultimamente, con un ruolo che sembra scritto per lui.
Quello dell'attore dalle grandi speranze, che è andato a inseguirle fino in Giappone ritrovandosi bloccato tra una réclame e l'altra, senza una famiglia, senza veri amici. Lo sguardo rotto, che guarda la vita degli altri dalle finestre degli altri, dice tutto.
Tutto cambia quando viene messo alla prova da un'agenzia che gli attori li affitta, chiamati a impersonare amici, parenti, amanti e anche sposi. Un po' psicologi e un po' sex worker senza la parte del sesso, è un mercato fiorente nel Giappone in cui la cultura, le tradizioni e l'isolamento portano anche a questo: ad affittare affetti e figure essenziali. Philip Vanderploeg non sembra la persona giusta per questo tipo di lavoro, con i suoi conflitti interiori, con la sua morale data non solo dall'essere occidentale ma anche dal suo sentirsi solo che non capisce com'è fingersi qualcun altro nella vita vera. Basta però vedere la felicità negli occhi dei clienti, i primi, basta vedere la differenza, reale, che il suo lavoro comporta, e tutto cambia Tanto da spingerlo ad accettare il complicato ruolo di padre putativo di una ragazzina inconsapevole per aiutare la madre a farla entrare in una scuola privata. Una situazione al limite, che forse è troppo, ma in cui Philip si butta.
Gli ostacoli non mancano, e Hikari pensa di concentrarsi su più storie per mettere in evidenza le conflittualità di un lavoro e di una vita, con Philip che si finge anche giornalista per hi si sente dimenticato, anche amico per chi non sa come uscire di casa, e anche tifoso per chi ne ha bisogno al karaoke, mentre ai colleghi tocca avere ruoli meno felici, per lo più di amanti.
In questo Giappone in cui Philip non riesce a trovare posto, in senso letterale vista il suo fisico ingombrante, la sensazione di perdersi nella traduzione non si ha mai, si seguono con facilità i dubbi morali e etici di Philip, si seguono i suoi colpi di testa e il suo bisogno di affetto, anche quello che lui per primo affitta.
In una semplicità che non è sinonimo di mancata accuratezza, forse solo di storie che prendono il sopravvento sulle altre senza mantenere un equilibrio di fondo.
Questa l'unica accusa ad un film che è un feel good movie dal sapore di un tempo, pur aggiornandosi agli strani tempi che viviamo e che potrebbero veder espandere anche nella nostra società sempre più individualista un business che in Giappone resta fiorente e che pure Werner Herzog ha raccontato (sentite già le mie dita cercare Family Romance, LLC?).
Tutto fila su binari piuttosto prevedibili, quindi, tra momenti divertenti e altri più lacrimevoli che le nostre lacrime sembrano chiederle, ma gli occhioni azzurri di Brendan Fraser aiutano a farle sentire meno richieste. Il Giappone resta quello da cartolina, tra giardini zen e traffico ben regolato e piccoli appartamenti in cui chiudersi, quel Giappone che tanto ci affascina, con le musiche di Jónsi che abbassano i toni, a fare di Rental Family quello che promette: un film da affittare (anche se ormai non lo si fa più) per farsi travolgere dai buoni sentimenti per un paio d'ore.
Voto: ☕☕☕/5



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