Il progetto DAU è qualcosa di immenso, di certo più grande di me.
Che non lo conoscevo, non ne avevo mai sentito parlare.
Un progetto nato per raccontare la vita di uno scienziato geniale come Lev Landau, russo di origini greche, vincitore del premio Nobel per la fisica e tra i padri della bomba atomica sovietica.
Il progetto si è sviluppato come un'installazione artistica permanente e totalizzante con il set costruito in 12.000 metri quadri sul territorio di Kharkiv coinvolgendo centinaia di comparse chiamate a vivere 24 ore su 24 sul set, in costume, interagendo e improvvisando fra loro senza una sceneggiatura precisa. Gli unici esclusi da questi vincoli sono stati gli attori protagonisti, non professionisti e prestati dalla musica. In costume dovevano essere anche i membri della produzione, con i palazzi, le case e i laboratori resi abitabili e la distruzione del set a essere parte della performance prima e del film poi. Durato 3 anni ha portato alla realizzazione di circa 700 ore di pellicola e di vari film e serie TV con cui il regista Ilya Khrzhanovsky ha fatto le prove generali, ben sapendo che il tutto sarebbe confluito in DAU il vero fine ultimo del progetto.
E DAU è stato presentato qui a Venezia, una durata fiume di 3 ore e mezza che mescola stili e sperimenta, sperimenta in continuazione con tre direttori della fotografia diversi che mettono il loro diverso stile al film.
La prima parte è impressionante, sperimentale ai massimi livelli, sembra di essere dentro un film espressionista tedesco dove tutto è possibile, dove i palazzi, le scene, i dietro le quinte contano quasi più della storia di fondo. La scenografia magniloquente e simbolica, si impone allo sguardo, con un montaggio velocissimo che accelera a mostrare quanto succederà, soffermandosi sui corpi, sui volti, sul sangue.
Si parte con Dau studente reietto, non amato dai compagni né dalle donne e la sua ossessione per le donne pur rimanendo impotente, si arriva a un Dau che ha più volte rinnegato se stesso e i colleghi e che vive la sua sessualita in modo libero e felice, almeno per lui, in un harem e in scambi di mogli difficili da difendere.
Nel mezzo, tutta la brutalità della politica e della dittatura che si insinua nel lavoro scientifico, ma di quella scienza, dei suoi successi, ne vediamo pochissimi. Vediamo invece lo spionaggio continuo, i pestaggi e gli imprigionamenti, i tribunali sommari e Dau che rinnegando colleghi e maestri, la scampa sempre. Fugge, più volte, anche a se stesso, e il film cambia con lui. La seconda parte dentro i laboratori di Mosca è quella più solida e sperimentale negli arredi più che nei modi, con le sole conversazioni con il Maestro - a essere rappresentate in luoghi e modi unici. Sopra cavi di metallo, inclinati in modo innaturale, davanti a specchi riflettenti. La terza a e ultima parte mostra il declino morale di Dau e il film si incarta. Dentro a un matrimonio infelice, dentro tradimenti continui, dentro una casa da cui si esce poco e che appesantisce senza poco dare davvero.
L'Oppenheimer russo? Il The Brutalist di quest'anno? L'appuntamento cinematografico della stagione? Di certo per chi ha seguito il progetto fagli inizi ma anche per chi ci incappa, un'operazione affascinante e in cui poter immergersi per capire quanto si può spingere il genio o la follia di un regista. Ma dopo averlo visto, pur rimanendo ipnotizzati di fronte a palazzi in fiamme, comparse scalatrici e colonne sonore date da una domestica che lava i vetri, c'è una sensazione di delusione per quello che poteva essere e non è stato.
Un colpo di follia più che di genio, una follia che non si tiene a bada e che ammetto meritava un filo di preparazione in più prima di affrontarla.

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