15 marzo 2024

The Warrior - The Iron Claw

Andiamo al Cinema

Un film così da Oscar che non ci si spiega com'è che agli Oscar non c'è arrivato.
Colpa di una promozione poco efficace e di un'uscita in ritardo?
Colpa dell'A24 (distributrice) che ha deciso di puntare su altri cavalli (La Zona d'Interesse, Past Lives)?
Di certo, per arrivare alla stagione dei premi più in forma, gli ingredienti c'erano tutti.
Una storia che più americana non si può
Fatta di sacrifici, di famiglia, di rivincita e di onore.
Fatta di tragedie anche, con la produzione che decide che due morti sono abbastanza, meglio eliminare un fratello von Erich per non appesantire ulteriormente una storia vera che fa paura.
Abbiamo la dedizione degli attori, che mettono su muscoli e cambiano in modo impressionante, tanto che in The Bear fa strano trovarsi un cuoco con così poco tempo libero così formato com'è il Carmy di Jeremy Allen White, ma le esigenze di un altro copione lo richiedevano.


E abbiamo l'attore che dà il meglio di sé, quello uscito dall'innocenza Disney, che ci aveva abituato a commedie goliardiche, che finalmente fa sul serio. In quella che probabilmente resterà l'interpretazione di una vita e non solo per il fisico messo su. Ma anche perché il ruolo assegnatogli, quello del fratello succube, del fratello maggiore suo malgrado, dell'unico superstite per giunta, è così carico di emotività che difficilmente lascia indifferenti.
Sarebbe stata una nomination giusta, quella per Zac Efron, ma in una stagione ricca di ottimi protagonisti, è rimasto fuori com'è rimasto fuori Leo, com'è rimasto fuori Andrew Scott.
Ma premi a parte, considerazioni sui premi a parte, com'è questo The Iron Claw che i titolisti italiani hanno voluto ri-titolare senza grossa fantasia Warriors, così da confondere le acque e richiamare il The Wrestler di Aronofsky?
È un film tosto.
Che butta dentro quell'America di provincia, quell'America bianca, che vuole emergere.
Ci prova da anni, dentro il mondo del wrestling, Fritz Von Erich.
E visto che non ce l'ha fatta lui, devono farcela i figli.


Cresciuti con quello schema tutto americano di dedizione e sacrificio, di sogno che passa di generazione confondendo i confini e modificando per sempre una personalità che poteva essere ben diversa, con un genitore senza ossessioni.
Ma ormai, i Von Erich sono così.
E su di loro, pende una maledizione.
Lo pensano dopo che il loro fratello maggiore è annegato in giardino.
Lo pensano dopo che le Olimpiadi sono negate a Kerry, dopo che Kevin non riesce a farsi strada nella Lega maggiore, lo pensano dopo un incidente, un'operazione sbagliata, una morte, un suicidio, un altro suicidio.


Che succede, in realtà, in quella casa?
Quanti silenzi a cena, quante frasi taglienti e quanto poco amore può esserci in una casa in cui non si affrontano apertamente lutti e problemi, e l'amore sta tutto in un ring in cui sputare sangue?
La visione è quindi carica di dolore.
E di incredulità di fronte a una storia che sembra troppo, troppo dolorosa, troppo americana, troppo costruita come lo è il mondo del Wrestling anche non tutto è pianificato e certe promozioni vanno guadagnate.
Ma non si eccede, anche se la durata fiume di 132 minuti può sembrare un rischio.
Il merito va ad attori in parte, e oltre Zac e Jeremy, vanno menzionati il sempre promettente Harris Dickinson e soprattutto Hort McCallany e Maura Tierney verso cui l'odio non può che indirizzarsi.


Immersi in questi anni '80 gran poco festaioli, ci si sente stretti dentro una gabbia in cui solo per forza di volontà e amore che centra, si sopravvive.
Dando vita a una nuova generazione capace di superare certi errori, si spera.
Il film di Sean Durkin che alla mentalità ossessiva da setta ci ha abituato dai tempi de La Fuga di Martha di certo evita di scadere in eccessi e in lungaggini, e anche se è la storia vera che prende il sopravvento sul film in sé, la solidità, il sudore, il sangue e il dolore, arrivano.

Voto: ☕☕/5

6 commenti:

  1. Contro ogni pronostico, l'ho trovato bellissimo. Solido, vecchio stile, con un gran cuore. Il finale, con quella frase sul non essere più fratelli, mi ha ambientato.

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    1. Il finale da lacrima-facile un po' mi ha fatto sussultare (anche perché andando a leggermi la storia della famiglia, hanno saltato matrimoni, figli e figlie femmine soprattutto), ma l'emozione mi ha colpito prima per fortuna.

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  2. Sapevo che sarebbe stato più nelle tue corde che nelle mie, ma un ring alla fine ha anche le corde da cui saltare, quindi ci sta ;-) Cheers!

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    1. Temevo fosse poco nelle mie corde per i muscoli e la polvere, invece c'è quella solidità che mi piace. E anche gli attori giusti (con le parrucche sbagliate).

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  3. Storia tristissima, eppure m'ha emozionato meno del previsto.
    Sarà che io e il wrestling proprio non andiamo d'accordo :)

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    1. Solitamente anch'io, nemmeno Gael Garcia era riuscito a emozionarmi.
      Questi bifolchi dei Von Erich invece avevano troppe tragedie per lasciarmi indifferente.

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