5 gennaio 2026

Pluribus

Mondo Serial

Vince Gilligan lo si aspettava al varco. 
Lo sapeva pure lui, dopo averci consegnato una serie capolavoro come Breaking Bad e dopo averci mandato in corto circuito sul concetto di migliore con Better Call Saul, aveva gli occhi di tutti puntati addosso.
Si è preso il suo tempo, ha sviluppato un'idea che gli ronzava in testa dai tempi di Saul e che lo riallaccia agli strani casi di X-Files, ha richiamato a sé Rhea Seehorn che ha saggiamente accettato la parte senza nemmeno conoscere la sceneggiatura, e ha scatenato una guerra tra piattaforme vinta da Apple TV+ e alla fine ci ha consegnato Pluribus.
Una serie TV su cui poco o niente si è saputo prima dell'uscita in streaming, con una campagna marketing ben congeniata fatta di messaggi nascosti su Google, numeri e segreterie telefoniche.


Fin dall'episodio pilota non c'è stato altro di cui parlare: un mondo nuovo, una nuova umanità, grazie a un messaggio alieno captato e decodificato, sviluppato poi in laboratorio e rilasciato gradualmente fino a che l'intera popolazione umana non si è unita.
Non tutti, 12 individui tali sono rimasti, fuori da una mente collettiva che cerca di gestire il mondo in modo migliore, preservando energie e vite e cibo.
Fra queste, la scrittrice frustrata Carol Sturka. Che sogna il Grande romanzo americano ma ha successo con una saga fantasy che solletica i bollenti spiriti di casalinghe disperate. Arrabbiata con il mondo già prima che il mondo cambiasse, non cambia idea quando quel mondo perde Helen, moglie e manager, amica e unica a capire la sua frustrazione. Come accettarla un'umanità diversa in cui non fa parte Helen? Come accettare di andare avanti? Indaga, Carol, e si arrabbia e si rifiuta di scendere a compromessi, vuole tornare indietro, essere lasciata in pace, vuole vederci chiaro, conoscendo verità via via più pericolose, giocando doppi giochi, anticipando mosse, rischiando tutto. Anche di cambiare idea.
Per amore, per solitudine o per vendetta.


Quell'episodio pilota, teso e affascinante, inquietante e già zeppo di particolari anticipatori, è stato sicuramente più chiacchierato del resto della stagione, che si prende i suoi tempi e i suoi spazi per sviluppare un racconto, che mostra Carol e la sua solitudine, il suo isolamento dagli altri 11 e dal resto dell'umanità e il suo modo di andare avanti. È un'elaborazione del lutto che va al di là della vedovanza, comprendendo il mondo come lo si conosceva, la realtà in cui si è vissuti.
Una coscienza collettiva che non vuole far male a nessuno, o forse sì, una coscienza collettiva di cui non si conoscono le intenzioni e per questo fa paura, anche quando parla attraverso i personaggi più affascinanti, bonari, famosi, anche quando è John Cena.
Poi c'è Manousos Oviedo, che fa parte di quei 12 immuni, che più di Carol non si fida, più di lei sfida quell'umanità e il nuovo ordine che ha creato e cerca di raggiungerla, Carol, per unire le forze.
Ci metterà solo una stagione intera per farlo, troppo per alcuni critici, il giusto per capire anche il suo viaggio e quello di Carol in un finale che rischia di essere esplosivo ma in un modo tutto Gillighiano.


Perché ripete il miracolo, Gilligan, mantiene il suo ritmo e il suo senso della narrazione, che è lento sì, che si prende i suoi tempi, che ci mette il suo umorismo sottile, che fa di ogni scena un quadro importante, senza rinunciare a simboli e colori che come da tradizione ormai sono una metafora.
Rhea Seehorn si conferma la grande attrice che è, Carol è diversa da Kim Wexler, è più arrabbiata, più istintiva, semplicemente un'altra sfumatura che Seehorn sa fare amare e a tratti non sopportare, tenendo la sua rabbia e il suo dolore in modo perfetto. Che sia proteggendo una tomba o guidando in direzione Las Vegas, mette in dubbio le nostre scelte, alle prese con una situazione simile. Quale vita vivere? Con  quale cercare di fare la pace?
Questi primi 9 episodi sembrano quasi una premessa, ma hanno il peso di un primo capitolo in cui tra silenzi e domande, molte risposte già vengono a galla.
Il progetto è di almeno quattro stagioni, in cui perdersi in quel ritmo lento ma inarrestabile, in cui godere della bellezza che Albuquerque ha da offrire e una scrittura attenta, dettagliata, e curata.
Catturati siamo stati catturati, collettivamente, in una serie finalmente originale, finalmente con una sua identità precisa.

Voto: ☕☕☕☕/5

1 commento:

  1. Oops... he did it again.
    Grande Vince Gilligan che è riuscito a fare qualcosa di diverso rispetto alle sue precedenti serie, e allo stesso tempo è rimasto del tutto fedele al suo stile. Non sono un grande fan della lentezza in generale, ma in questo caso ci sta bene e aiuta la serie a distanziarsi da prodotti distopici vagamente simili.

    P.S. Bella la nuova header del blog!

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