23 gennaio 2026

La mia famiglia a Taipei

Andiamo al Cinema

Cresce sempre un po' la fiducia verso un'industria votata ai fulmini evento, per non dire verso l'umanità, quando un premio Oscar decide di indirizzare la sua luce di vincitore verso piccoli progetti che ha a cuore.
Lo ha fatto Cillian, dopo Oppenheimer, con la storia di un padre irlandese e di un preside, beh, irlandese, e lo ha fatto Sean Baker.
A dirla tutta, Sean Baker sguazza da sempre nei piccoli progetti indipendenti e il suo Anora questo era, con la fortuna di passare per Cannes, di farsi amare dai critici, di conquistare il pubblico e di arrivare fino all'Academy.
E a dire il vero, La mia famiglia a Taipei era un progetto che aveva nel cassetto assieme a Shih-Ching Tsou dal 2010, ed era stato acquistato da Le Pacte proprio a Cannes, ma dopo la visione di Red Rocket.


Trovati i finanziamenti, il film è stato girato nella calda estate del 2022 a Taipei ma solo ora, grazie a quella luce che una statuetta dorata sa dare, grazie al nome di Sean Baker che produce che quasi oscura quello di Shih-Ching Tsou che dirige, è arrivato nelle sale ma purtroppo non all'Academy, come rappresentate di Taiwan nella cinquina finale dei film internazionali.

Siamo a Taipei, quindi, dove la famiglia di I-jing torna.
Torna in un piccolo appartamento, torna partendo dal basso, aprendo uno street food di noodles al mercato notturno con i soldi che non sembrano mai bastare, con i debiti che non sembrano mai finire, con il passato che torna a bussare e i segreti a voler tornare a galla.


La famiglia di I-jing è composta essenzialmente da una madre severa e poco materna e da una sorella maggiore poco apprensiva e che si ritrova a vendere noci di betel, a fare del sesso facile con il suo capo, a rimpiangere quella carriera universitaria mai iniziata, vuoi per la fuga del padre, vuoi per la fuga da Taipei.
C'è la nonna, poi, con i suoi affari non proprio legali a mantenere la famiglia, c'è poi il nonno che incute timore e fa nascere incubi in I-jing, che, mancina, si ritrova a gestire la mano del diavolo. Ruba, quella mano, scorrazza per il mercato, le fa saltare la scuola.
Perché osserva, prima di tutto, la sua famiglia, come i clienti, come i vicini del loro angolo di noodles, cercando un senso, di famiglia, di stabilità.
È il suo sguardo quello che abbracciamo, quello fatto di lacrime facili, di lacrime sincere, di sensi di colpa e di dubbi.


Girato ad altezza bambino e con innumerevoli inquadrature a seguire, Shih-Ching Tsou ha ripescato il pallino di Sean Baker di girare con IPhone, modello 13 questa volta, dopo averlo già fatto nel 2015 con Tangerine.
La sensazione documentarista è però evitata, c'è la magia dell'innocenza di uno sguardo, c'è la bellezza di una bambina che scopre il mondo e le sue brutture, c'è una storia più grande che chissà se può capire.
C'è un piccolo film, su cui si puntano finalmente le luci, e che regala quelle grandi emozioni che solo le storie piccole e i piccoli film sanno regalare.

Voto: ☕☕/5

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