Andiamo al Cinema
PRESENTI SPOILER
28 anni dopo, o quasi, e la parte che funziona meglio di 28 Anni Dopo è quella che riporta a 28 Giorni Dopo.
È un capitolo due diverso, questo secondo capitolo, così come era diverso 28 settimane dopo, che ancora non ho capito se rimane apocrifo a questa nuova trilogia o se viene preso in considerazione nonostante il finale post credit ambientato in una Parigi pronta a essere devastata.
28 anni dopo, o quasi, e Danny Boyle lascia le redini a Nia DaCosta, che chiede a Alex Garland più infetti, più attacchi, e viene da ringraziarla per la scelta perché per il resto si ruota attorno a quel tempio di ossa visto appena un anno fa, a quel Dottore solitario e molto sui generis, e alla gang dei Jimmy, vagabondi seguaci di Satana che a Old Nick sacrificano attraverso la carità i mal capitati di turno tra torture, violenze e soprusi.
Eravamo rimasti al giovane Spike che da figlio intimorito e piuttosto fragile diventa nel giro di una notte un campione di coraggio nel cercare di salvare la madre portandola fino a quel dottore strampalato che è Ian Kelson, e lo ritroviamo preda di Jimmy Crystal, a dover prendere il suo posto nei Fingers in una battaglia all'ultimo sangue.
Se da una parte vediamo la gang alle prese con una malcapitata comunità che viene scamiciata e sacrificata, dall'altra abbiamo il Dottore che vede in quell'Alfa dal fisico (e non solo) possente, un'anima che nell'oppio ha una cura ai suoi mali e forse una cura all'epidemia tutta.
Possibile che un Dottore da strapazzo che costruisce un tempio di teschi e ossa riesca nell'impresa che là fuori dai confini inglesi scienziati non sono riusciti a portare a termine? Possibile che ci riesca con testi datati, medicine scadute e un solo tentativo? 28 anni dopo?
Sembra proprio di sì, e questa è solo una delle tante sviste di un film che punta poco alla coerenza quanto alla violenza, non disdegnando di farci vedere cervelli mangiati, carne viva, peni a volontà e pure la più assurda scena musicale immaginabile in un mondo alla deriva. Anzi, facciamo due scene.
Ralph Fiennes che un anno fa impressionava e superava il resto del cast, perde ora gran parte della sua credibilità ai miei occhi, e anche se il giovine metallaro al mio fianco si è esaltato alla sola vista della copertina dell'album degli Iron Maiden, in quella che è poi diventata una scena musical tra l'assurdo e il ridicolo e lo scult immediato.
Non so ancora cosa pensarne.
Di contro, mi sono esaltata per i Radiohead e la loro psichedelica Everything in its right place, ma visto che la musica la fa da padrone non so se tacere di fronte ai balletti e agli stacchetti che i Duran Duran regalano.
Si prende poco sul serio o si prende troppo sul serio questo secondo capitolo?
Nia DaCosta non cerca di imitare Danny Boyle ed è chiaramente un bene, girando il suo film a stretto contatto del primo capitolo per non disfare quel tempio, mette da parte il montaggio e gli inserti documentari facendo di Chi Lewis-Parry un Sansone strafatto che a tratti fa più ridere che paura, in quelle riprese veloci che restano il marchio di fabbrica della saga.
Preso come una parentesi di sangue e ossa, di diavoli e violenza, del male che si presenta sotto forma di un biondo figlio di un vicario più che di un maschio Alfa dai muscoli micidiali, funziona in parte, esagerando in molti punti, non sapendo quando mettere un freno.
Il giovane Spike con lo sguardo rotto, perde ogni occasione di fuga o di farsi valere, così come la giovane Jimmy Ink che con il resto dei Jimmy non si capisce quale potere vedano in uno spaccone che Jack O'Connell sa ovviamente interpretare un gran bene togliendo spazio e luce agli altri.
Anche a una storia che non avanza, che si mette da parte, che solo in un confronto fra un figlio di Satana e un Satana mellifluo come Kelson sembra trovare un briciolo di calma e di profondità.
Il paragone nasce spontaneo, ma sembra di trovarsi in una stagione di passaggio di The Walking Dead con un nuovo cattivo da odiare e da voler vedere morto per poi ricominciare il viaggio.
Scuotendo la testa, alzando gli occhi al cielo, sono arrivata alla fine aspettando quel momento che sapevo sarebbe arrivato: il ritorno di Cillian Murphy, di un po' di senso in una sceneggiatura fin troppo zeppa di azione, che con poche parole giustifica la sua presenza e il suo ritorno.
Me lo vedo dire sì alla sua partecipazione se c'è una lezione da impartire, me lo vedo a dire "fatemi dire la mia contro il fascismo", e guadagnarsi l'ammirazione con quel suo "Of course we do" in una speranza umana che diventerà l'inizio dell'ultimo capitolo di questa trilogia.
Basta la sua presenza magnetica, bastano le note del tema di John Murphy per far sentire che la saga può tornare sulla giusta via, dopo questa parentesi più folle, decisamente più sanguinolenta.
Trailer
Voto: ☕☕½/5




Nessun commento:
Posta un commento