11 settembre 2026

Venezia 83 - Film Italiani #2

Peccato

La serie TV che non sapevi di volere.
Si gioca tantissimo e si ride ancora di più in un mockumentary sulla carriera di Emanuela Fanelli, passata dalle stelle alle stalle, come si suol dire, ritiratasi dal mondo dello spettacolo dopo una serie di scandali che hanno fermato il suo successo.
Nel 2049 cerca di scovarla e di raccontare la sua parabola un depresso Malcolm Pagani, che deve mettere ancora una volta da parte un documentario su Moravia e Morante per occuparsi di una Fanelli coinvolta in truffe giudiziarie e essersi inimicata il mondo dello spettacolo.


La trova in uno chalet di una Valle d'Aosta che non fa più parte dell'Italia e cerca di ricostruire la sua storia avvalendosi di vecchie interviste e materiale di repertorio (ovviamente camuffato) e interviste di amici, registi e critici, da Sabrina Ferilli a Ferzan Ozpetek, da Gianni Canova a Alessandro Borghi fino a Paola Cortellesi. Tutti stanno al gioco, tutti recitano una parte esagerata di sé in un'immensa commedia dell'assurdo che rende il tutto irresistibile. Si ride davvero per un prodotto televisivo finalmente originale, finalmente fresco, in cui tutto sembra possibile (anche il cambio delle location per queste interviste) e in cui Fanelli è mattattrice principale capace di coinvolgere tutti questi nomi (e anche di più, meglio non svelare troppo che le sorprese non mancano) per un gioco divertente che si prende gioco della realtà di oggi, tra grandi e piccole polemiche e ego ingombranti.
A differenza di Call My Agent qui lo stile narrativo è quello del mockumentary, non facile da tenere in piedi ma capace di dare grandi soddisfazioni se si gioca bene con la realtà.
La scrittura va di pari passi a un montaggio che aumenta il senso di ironia delle immagini, e si ride e si applaude e si ringrazia per un prodotto finalmente fresco, croccante.
Arriverà su HBOMax il 2 ottobre, so già che lo rivedrò!


Rider

Lui è un rider della Milano di periferia, che cerca di arrivare al Capodanno senza problemi, ma ovviamente non andrà così.
Lei è un'aspirante interior designer che si ritrova a una festa non così divertente e in cui non stare se non stai così bene.
Si conoscono lì, con lui trascinato dal padrone di casa a rimanere dopo aver consegnato il suo sushi, e lei che da lì preferisce andarsene e accetta di dividere un taxi.
Potrebbe essere amore?
Sì, ma poi lui torna in quella casa, salva una ragazza, si inguaia e tutto può essere rimesso in discussione.


Lui e lei sono a sorpresa protagonisti di un musical. 
Un musical italiano che si muove nel mondo del rap e che è scritto da firme di rapper impegnati con un piccolo lato pop sulle spalle di Levante e Margherita Vicario (anche aiuto regia), e cerca a suo modo di fare una rivoluzione.
Lo è, anche se il risultato non è all'altezza della aspettative, più per una certa inesperienza di alcuni attori, più per i dialoghi in rima che risultano poco naturali, più per una regia traballante non sempre a ritmo che per le canzoni e i momenti canori, che con le basi e la forza di Francesco Aloi funzionano. Anche per chi il rapper non lo mastica.
Diventa così un esperimento che è un suo unico in Italia, che punta a un pubblico di giovani più capaci di perdonare certe ingenuità, probabilmente.
Con questo musical e commedia d'amore e epopea milanese non è scattata la scintilla, trovandomi trascinata fuori dalle rime e dai dialoghi, nonostante la partecipazione in qualità di padrino pure di Claudio Santamaria. Forse è la sceneggiatura che non osa un po' di più, anche se il romanticismo c'è, i sogni per un futuro diverso pure.
In un ipotetico triello finale, la cattiva finirei per essere io, applaudo il coraggio dell'impresa, meno l'impresa.


Scherzetto

Una Mostra che si conferma claustrofobica, un cinema italiano che si conferma ancora chiuso in se stesso.
Siamo di nuovo chiusi dentro un appartamento, siamo di nuovo dentro una famiglia con i suoi conflitti.
Un nonno chiamato a prendersi cura per tre giorni del nipote, mentre dovrebbe lavorare si ritrova a giocare e si ritrova al suo fianco un bambino più responsabile di quello che dovrebbe e anche più chiassoso e ingombrante. 
Lui dovrebbe disegnare, non per gioco ma per lavoro, ritirandosi nella sua casa d'infanzia a fare fronte ai fantasmi del suo passato, un richiamo al romanzo di James che sta illustrando. 


Si alternano tensioni e risate, tenerezze e modi duri fino allo scherzetto del titolo che chiude quel nonno sul balcone.
Declinato alla commedia tenuta in piedi da un Tono Servillo più che sincero e un bimbo che gli tiene testa, stanca questo cinema italiano, stancano questi giochi, questi toni esasperati, stanca un film che alterna tre giornate senza in fondo fare pace con se stesso e stanca un bambino con i modi da adulto.
Tratto da un romanzo di Domenico Starnone è l'ennesima fotografia di un cinema italiano calato nella realtà che soffoca, anche quando prova a farsi commedia. 

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