Il Fuoco che ti porti dentro
La solita famiglia complicata italiana, le solite urla del cinema italiano, la solita claustrofobia dentro a un appartamento da cui non si esce, il solito Natale che porta i nodi al pettine tra un piatto da preparare e una cena da servire.
Siamo sempre lì, per quanto bravi possano essere Lino Musella e soprattutto una Valeria Scalera che chiede il nostro odio più viscerale.
Siamo dentro una versione ancora più lunga, più pesante e più italiana dei Fishes serviti a Chicago in The Bear, con una madre tagliente e problematica che sputa le sue sentenze senza nessun filtro, con i figli che cercano di starci alla larga cadendo però in ogni sua trappola e con i parenti acquisti che camminano sui gusci sapendo di rischiare e di sbagliare qualunque cosa facciano.
Niente di nuovo, quindi, per una sceneggiatura che sa anche divertire e strappare qualche risata ma che chiude dentro un appartamento milanese colmo di odori e di cibi e di sentimenti non detti fino a esplodere inevitabilmente.
Edoardo De Angelis rompe l'incanto uscendo da quell'appartamento e dividendo la famiglia, con la fine della cena a sancire anche la fine di unità di spazio e tempo che chiude male il film tratto dal romanzo autobiografico di Antonio Franchini.
Resta una cena indigesta, un film che in fondo poco aggiunge alle tante famiglie infelici a modo loro di cui il cinema italiano continua a parlare.
Nessun Dolore
Davide fa il libraio in una bancarella che nelle giornate buone vende 3 libri.
Una vita semplice, che chiede poco.
Tutto cambia quando un bambino viene spinto fra le sue braccia, a forza, e a forza Davide cercherà di mandarlo via, causando un incidente con cui si ritroverà a fare i conti.
I sensi di colpa lo portano a una scelta francescana, dare rifugio ai bisognosi, lasciare la porta aperta, accogliere chi non ha un tetto o un posto sicuro in cui stare, senza sapere davvero come gestirlo questo senso di colpa e questo bisogno di espiarlo.
Gianni Amelio ci porta fra le strade di Roma in mezzo agli invisibili ma si fa carico di una retorica difficile da difendere, senza prendere posizione, in realtà.
Le scelte di Davide sono un miglioramento momentaneo ma anche la rappresentazione di quanto non possa essere abbastanza e di quanto le cose possono sfuggire di mano, rischiando di fare il giro e farsi quindi carico di pregiudizi e preconcetti.
Le figure di guardiani -di corpi, di sapienza- rappresentati da Valerio Mastandrea e Valeria Golino non riescono a dare equilibrio a un film che si attorciglia attorno a sé stesso, attorno a Alessandro Borghi dallo sguardo spaesato che per la seconda volta, a Venezia, Amelio non riesce a fare brillare.
Balcanica
La risposta su come si fa un film che parla di immigrazione e di impegno civile arriva con un'opera prima
Quella di Nicola Sorcinelli che ci porta sulla rotta più estrema dei migranti, quella balcanica.
Estrema per le condizioni del territorio fatto di vette da scalare, ma anche per le aggressioni violente che i migranti subiscono in mezzo a boschi ormai popolati di corpi e fantasmi.
Seguiamo padre e figlio, in fuga da un Afghanistan in cui non possono più stare. La musica, con cui si guadagnavano da vivere, è stata bandita.
Li seguiamo in un rapporto complicato tra fiducia nel prossimo e testardaggine, tra bugie bianche e paura per un'età che rende difficile il cammino.
Sul loro cammino trovano Greta, medico volontario al suo primo turno, che cerca come può di aiutare e di dare una mano pur riuscendo a fare poco.
Il senso di impotenza, in entrambi i fronti, è alto.
Ma Sorcinelli sa dosare bene il dolore, la rabbia e la frustrazione di chi non sa come andare avanti, lasciando parlare i silenzi, i gesti e gli sguardi più delle parole.
Matilda de Angelis è la luce azzurra che illumina un film volutamente asciutto, e in qualità di produttrice associata si schiera apertamente e ha sicuramente dato una mano al film a trovare una distribuzione immediata e anche internazionale.
Doloroso senza mai essere retorico, profondo senza mai essere pesante, Balcanica è quel film che dovrebbe aiutare a creare l'empatia di cui c'è un gran bisogno.
Una Storia
L'anno scorso mi ero ripromessa di fare meno film italiani fuori concorso per lasciare posto a quei film che più difficilmente arriverebbero nelle nostre sale.
Una Storia poteva essere Arrested Memory.
Colpa mia, certo, ma anche colpa di Anna Foglietta che mi tentava con una storia comune d'amore facendomi sperare in qualcosa di diverso.
Invece siamo sempre alle solite, con il cinema italiano pesante, con la recitazione esasperata, con un certo grado di pesantezza che si dipana lungo un anno in una coppia che si ritrova il nido vuoto a riscrivere il proprio ruolo.
Un marito sanguigno, una moglie depressa e genitori variamente impegnativi chiusi in una Roma senza luce in un autunno, un inverno, un'estate e un poi.
Uno di quei film che non avvicina ma allontana dal cinema italiano pieno com'è di tutto quel vecchio da superare. Visto dopo Bunker, viene da dire che anche i problemi dei ricchi sono più ricchi di sfumature.


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