16 settembre 2026

Sheep in the Box

Andiamo al Cinema

Passo da Venezia a Cannes, ma sempre con Koreeda resto.
Un autore stakanovista, capace di fare doppietta di Festival anche se con risultati diversi.
Look Back era un adattamento quanto mai riuscito che ha sicuramente chiesto pazienza e tempo per le riprese, Sheep in the box è invece un'idea originale -ma in fondo non troppo-, che sembra più sbrigativo come lavoro.


In un futuro non troppo lontano i morti possono tornare a rivivere attraverso dei robot, a loro immagine e somiglianza allenati da ricordi e video e fotografie. 
I coniugi Kōmoto vengono scelti dall'azienda ReBirth per una prova gratuita, hanno perso il loro bambino da due anni e sembrano essere riusciti ad andare avanti. Così pensava Kensuke , nonostante i sensi di colpa e le birre che si beve per annegarlo, così pensava Otone che nel progettare nuove case fatte di luce e di natura, di legno e di vetro, cerca di unire elementi inconciliabili. Ma basta una prova per fare loro cambiare idea, e per allontanarli un altro po', con lui guardingo che non vuole lasciarsi andare all'idea di aver ritrovato il figlio che ha perduto, e lei che cerca di recuperare il tempo perso, tornando ad essere madre a tempo pieno. 
E Kareku? Il nuovo Kareku, cosa pensa? 
Lui che non ha un'anima ma sembra essere triste, lui che è capace di leggere le emozioni e che trova un aiuto insperato dall'esterno, da un ragazzo vestito di nero che fa da capo a un gruppo di ragazzini sperduti cercando per loro una vita diversa.


Un po' Peter Pan, un po' Piccolo Principe, Koreeda racconta una nuova famiglia con le sue crepe e una nuova infanzia delicata, anche se non umana. 
Qualcosa, però, qui manca. 
Non il suo tocco poetico che sta in ambienti e abiti futuristici e materici, non la poesia che esce da giardini e boschi e modelli di case da progettare, non quei confronti diretti con madri ingombranti e con tecnologie che spaventano. 
Ma manca un pizzico di coerenza in un racconto che cerca di tenere il fuoco sia in genitori che il lutto si ritrovano a riviverlo in modo diverso, con indagini e sospetti che sviano l'attenzione, sia in un bambino che trova una nuova missione in un gruppo su cui forse era meglio concentrarsi un po' di più. 
La regia resta elegante, a mostrare questa divisione in linee continue, in una separazione apparente e letterale, e resta su due altezze con una fotografia accecante nella sua bellezza e con la bravura di Haruka Ayase e Daigo a sostenerla, che si muovono in una casa da sogno e ne immaginano altrettante coniugando vetro e legno, materia e aria, con quell'attenzione per gli spazi e la natura che fa sempre la differenza nel cinema di Koreeda.


Quello che manca, allora, è soprattutto un finale migliore di quello forse frettoloso, forse poco chiaro, che vediamo. Come se una riflessione sul lutto, sull'andare avanti e sull'essere umani in senso ampio, non si sapesse come gestirla in un gesto avventuroso e coraggioso non del tutto coerente.
Resta un altro film che è un piacere da guardare, in cui i fantasmi dell'infanzia sono al centro di una poetica quella sì coerente.

Nessun commento:

Posta un commento