5 giugno 2020

In Breve: Run | Quiz | Homecoming s02

Non serve essere comedy per essere brevi.
Nello strano formato 30 minuti per 7 episodi o in soli 3 puntate queste serie raccontano storie tutte nuove, o le rivisitano.
Funzionano?
Scopriamolo:

Homecoming

In Breve: Questa seconda stagione parte da un personaggio più che secondario presentato nella prima, Audrey Temple. Scopriamo chi è davvero e soprattutto com'è la Geist dal suo interno.
In realtà, ci si concentra su Jacqueline, che si sveglia in una barca in mezzo al lago senza ricordare niente di se stessa. Indizio dopo indizio, arriverà a casa di Audrey, poi alla Geist, ipotizzando un enorme complotto ai suoi danni.
Non c'è traccia di Julia Roberts, ma purtroppo torna Walter.


Pregi: una gestione dei tempi di narrazione davvero notevole.
Quell'inizio pieno di ipotesi e poi quel Previously (1x03) in cui tutto viene rimesso in discussione fino ad Again (1x07) ne fa un percorso decisamente appassionante.

Difetti: purtroppo, l'essere una seconda stagione.
Fosse stata una miniserie a sé, con qualche flashback da aggiungere, avrebbe avuto gli ingredienti giusti per incantare tra vendette da ordire e un karma quanto mai beffardo.
Il vero difetto è però rovinare quel finale perfetto, romantico, della prima stagione.

Chi c'è: c'è la sempre spettacolare Janelle Monáe, protagonista spaesata e tosta, personaggio moralmente discutibile. Ci sono Chris Cooper e Joan Cusack, mentre tornano Stephan James e Hong Chau.

Funziona: preso a sé, sì.
Pur mancando la regia stilosa di Sam Esmail, le citazione a Kubrick, la divisione dello schermo e i campi lunghi non mancano nemmeno con Kyle Patrick Alvarez.
Come seconda stagione non è così necessaria né così utile, ma tant'è.

Voto: ☕☕☕/5

Run


In Breve: un semplice messaggio da inviarsi, se si è d'accordo rispondere allo stesso modo.
RUN.
Lei è una moglie e madre infelice che dalla vita voleva di più.
Lui è un guru stanco di mentire alla gente attraverso slogan.
Stavano insieme ai tempi dell'università e avevano fatto una promessa: scappare insieme, solo se l'altro era d'accordo, correre a New York e salire sul primo treno dopo le 17.
Dopo più di vent'anni, succede.
Con tutte le conseguenze del caso.
Quanto sono cambiati?
Quanto si desiderano ancora?
Quali problemi si portano appresso?

4 giugno 2020

Bomb City

Andiamo al Cinema a Noleggio

Amarillo, Texas, 1997
Da una parte abbiamo i giovani punk, quelli scapestrati, artisti e artistoidi.
Con i loro covi caotici, con i graffiti a portare il loro tag, con la musica sparata a tutto volume.
E l'alcool.
E la follia.
Quella dei diversi.
Dall'altra abbiamo i giovani liceali della squadra di football.
Quelli che si rivolgono a Dio ma poi si offendono e si sfidano.
Quelli dall'apparenza perfetta, con le loro feste/falò.
E l'alcool.
E la follia.
Quella dei privilegiati.
In mezzo, la polizia e l'opinione pubblica.
Che non ha problemi a scegliere con chi schierarsi se da una parte ci sono creste, catene, tatuaggi, dall'altra camice inamidate e pantaloni kaki.

3 giugno 2020

I Miserabili

Andiamo al Cinema a Noleggio

Quartieri poveri che restano sempre più poveri.
Una polizia che con i modi duri cerca di tenerli in riga, pur sapendo che lì si spaccia, lì ci si prostituisce, lì valgono mazzette.
Il rispetto lo si ottiene a suon di minacce e di violenza.
Di soprusi accettati sia dall'alto comando della polizia, sia da chi la città la gestisce.
Finché tutto esplode.
Tutto cambia.
Un leone viene rubato da un circo.
Il colpevole viene trovato.
Ma scappa.
E dopo una lunga corsa viene arrestato, provocando la ribellione dei suoi amici.
Uno sparo parte.
E colpisce quel colpevole, in manette.
Suona familiare?
Non siamo però in America, siamo alle porte di Parigi, a Montfermeil dove Victor Hugo ha ambientato i suoi Miserabili.

2 giugno 2020

Westworld s03 e una nuova Westworld: Devs

Westworld - Stagione 3

Che è successo a Westworld?
La serie osannata dalla critica al suo esordio ha poi subito una brutale battuta di arresto con una seconda stagione quanto mai confusa, in cui sembrava si allungasse più il brodo che si cercasse di prendere una strada da seguire.
E ora, che Westworld, che quel mondo fittizio fatto di attrazioni e di macchine è stato completamente abbandonato, che succede?
Succede che ci si muove in un mondo di umani altrettanto manipolato come quello creato dalla Incite, dove governano i ricchi, le corporazioni, dove il destino di tutti sembra già segnato.
Ma non corriamo troppo, procediamo con ordine.


Partiamo da Dolores, impegnata a trovare un luogo dove far vivere i suoi simili o a scatenare una rivolta che possa distruggere il genere umano.
O forse, entrambe.
Si muove come un Dio bellissimo, ammaliando magnati, avendo l'aiuto di chi come lei da Westworld è riuscito ad uscire, e potendo così avere di nuovo a disposizione i volti di Tessa Thompson, Rodrigo Santoro, Tao Okamoto.
Nel suo percorso incrocerà quello del veterano Caleb Nichols (sì, proprio lui, Aaron Paul, che cerca di scrollarsi di dosso il peso di Jesse e qui diciamo che ci riesce), che sopravvive a suon di lavoretti fuorilegge, che un conto in sospeso con quello che è, con quello che è successo, continua ad averlo.
Lui la salva, o forse sarà il contrario?
Si parla, se non lo si è capito, sempre di libero arbitrio, di un mondo in cui ci si è dimenticati quanto questo possa valere, e che Dolores vuole riportare all'attenzione di tutti.
Basta un messaggio, quello che anticipa il giorno della propria morte, e la società non è più la stessa.
Non lo è la vita di ognuno e le proteste che si scatenano in questo futuro high-tech ricordano quelle che per la stessa mancanza di libertà, di partenze svantaggiate e ingiuste, si stanno scatenando in America.


Ma se l'azione la fa da padrone, tra sommosse e combattimenti senza esclusione di colpi, ci sono sempre i soliti difetti.
C'è Bernard che non si capisce come impegnare.
Per non parlare di William.
C'è una misteriosa chiave che chissà in quale mente si nasconde, e perché.
C'è Maeve, la cui motivazione nonostante la sua intelligenza, continua ad essere quella di ricongiungersi a una figlia che sua figlia non è.
Ma dico, ancora? Dopo due stagioni?
Tutto quello che fa, i patti che crea e che rompe riconducono solo a questo?


Se non ci si sofferma su questi difetti, ci si gode la bellezza di location mozzafiato in quel di Singapore, ci si gode la parentesi italiana e fascista da raggirare, ma sembra che il più sia costruito per ingannare lo spettatore, per tenerlo impegnato a farsi domande più che a dargli le risposte, visto quanto sono stantie quando arrivano.
Come può un genio come Vincent Cassel, che tutto conosce e tutto può vedere, non riuscire a trovare subito Dolores e Caleb nella loro fuga rocambolesca nel cuore della città?
Per non parlare delle troppe scene a titoli di coda conclusi, un altro modo per prendere in giro lo spettatore.
Al terzo giro, nel finale stesso, più che un'idea geniale sembra un riciclo per non toccare il fondo.
Restano allora frasi e dialoghi pieni di bellezza, di gentilezza.
Ma bastano a salvare questa terza stagione?
Una quarta a sorpresa è stata annunciata, e ci si ripete: cosa succederà a Westworld?
Chi ci sarà (tra personaggi, ma pure fra il pubblico) non è dato saperlo.

Voto: ☕☕½/5

Devs

Per un Westworld che affonda, un'altra (mini)serie high-tech che avanza.
Anche qui ci sono magnati tanto lungimiranti quanto temibili, anche qui c'è un libero arbitrio messo in discussione, ma qui c'è prima di tutto un'indagine.
Quella di Lily, il cui fidanzato nel giorno della sua promozione nel tanto segreto reparto Devs, non torna più a casa.
Il suo corpo verrà trovato carbonizzato: suicidio, dicono.
Omicidio, dice lei, che pur capendo che la posta in gioco è una guerra fredda tra russi e americani, si imbarca in un viaggio per conoscere la verità, mentre noi assistiamo a quello che Devs è: un Dio-macchina, un algoritmo capace di conoscere il passato, di farlo visitare, ma pure di predire il futuro.
Si parla di informatica quantistica, allora, di teorie e stringhe, di scienziati da elogiare e altri da smentire.
Confusi?
Pure io.


Anche perché il ritmo di racconto è di quelli lenti e sonnolenti, in cui poco sembra succedere, in cui alle parole si preferiscono i silenzi.
In soli 8 episodi la scienza la fa da padrone rispetto ai sentimenti, anche se attraverso questi si cerca di giustificarla nelle sue svolte meno umane (omicidi, minacce, tradimenti).
Ed è questo il grande limite dell'ultimo prodotto firmato Alex Garland: la difficoltà di entrarci, di appassionarsi.
Nelle serata giuste, negli episodi giusti (lo splendido episodio 5 che viaggia nel tempo), la sensazione è quella di assistere a una signora miniserie.
In altre, quella di vedere l'ennesima variazione di un futuro distopico che si prende troppo sul serio.
Attori di questo mondo un Nick Offerman quanto mai inquietante che offre una prova pazzesca (vedere il monologo sul lutto all'inizio dell'episodio 2 per credere), una freddissima Alison Pill, un presto dimenticato Karl Glusman, ma soprattutto lei Sonoya Mizuno, con quell'accento strano, con quella presenza stropicciata ma volitiva.
Tra futuri che si sovrappongono, strane statue giganti, la voce di Gesù e pure il sesso di Marilyn Monroe, l'interesse Devs lo cattura, ma non lo sa mantenere.


Voto: ☕☕½/5

1 giugno 2020

Il Lunedì Leggo - Il Corpo Umano di Paolo Giordano

In piena pandemia, quando anche gli scienziati barcollano nel buio alla ricerca di cure e origini, Paolo Giordano è già riuscito a scrivere un saggio sul Corona Virus (Nel contagio).
Merito della noia della quarantena?
Del marketing pressante?
Non so.
I dubbi sull'utilità e il bisogno di scrivere su una pandemia in corso e pubblicare in tutta fretta (a marzo) un saggio a riguardo restano.
Io a Giordano avevo voluto bene con quel caso che è stato La solitudine dei numeri primi.
Poi, però, di suo non ho letto altro.
Il corpo umano, per dire, lo credevo un racconto sulla sua esperienza come volontario in una missione di guerra. O di pace, chissà come ha più senso chiamarla.
Una testimonianza di quello che dietro le trincee, nei campi base, succedeva.
Mi sbagliavo, ovviamente.


Siamo di fronte a un romanzo che parla di soldati italiani, di un plotone che vive nella sabbia e nell'inazione di un'Afganistan in cui il nemico è però infido e invisibile.
Eccoli qui questi commilitoni, a partire dal tenente medico Alessandro Egitto, passando per il maresciallo René, per il caporalmaggiore Ietri.
Poco a poco, questi ragazzi appena ventenni, appena usciti dal nido di casa o già esperti che sanno come giro il mondo e soprattutto le missioni di pace/guerra, li si conosce, scavando nel loro passato, in lutti, in educazioni o in scelte di vita che li rendono amabili o detestabili.
Se le giornate passano a farsi scherzi a vicenda, a correre al bagno per della carne avariata, a ripensare a quello che hanno lasciato in sospeso in Italia, tra famiglia e amori, tutto cambia quando una missione deve essere portata a termine, una missione che per i più esperti è suicida: affrontare la strada, il deserto, con le mine e le bombe che potrebbero essere nascoste sotto ogni buca, in ogni auto abbandonata, dietro ogni roccia.
La vita, per tutti, cambierà da qui.
Il ritorno alla normalità sarà impossibile.
La missione finisce, il campo base si abbandona, si torna in Italia, ma la mente è ferma lì, in quella strada, fra quelle montagne.

Se i film di guerra non sono certo pane per i miei denti, tanto meno lo sono i romanzi.
Anche qui, i personaggi sembrano tagliati con l'accetta a rispettare i canoni conosciuti grazie alle pellicole americane, tra spacconi, capri espiatori, verginelli e sottoposti ragionevoli ma inascoltati.
Ma forse, è davvero così che funziona l'esercito, e la morte non guarda certo in faccia queste etichette.
A sorpresa, però, in questo racconto di guerra più interiore che esteriore, sono rimasta avvinta, riuscendo a riconoscere, ad amare e odiare certi personaggi, il loro gergo, il ritrovarmi fra la polvere e la sabbia.
Fra i loro pensieri.
Ritornare a leggere Giordano nel pericolosissimo romanzo numero due dopo un successo che definire travolgente e dir poco, ha fatto bene.
Ma magari, certi saggi precoci continuerò ad evitarli.

31 maggio 2020

#LaPromessa2020 - Angeli e Demoni

Era il dicembre del 2007, e ancora non ero a mio agio nell'andare al cinema da sola.
Il film in questione era Paranoid Park.
Non un film facile, non per tutti.
Ma costrinsi il mio migliore amico ad accompagnarmi, ingannandolo.
Si parlava di giovani, di skater, di un crimine.
Insomma, elementi piuttosto innocui, ma che nelle mani di Gus Van Sant si trasformano.
Per me, la visione fu bellissima.
Per lui fu un'agonia.
Doppia considerato che per anni aveva preso in giro un altro Gus van Sant che gli avevo fatto vedere -noleggiato, cavoli, NOLEGGIATO!- Elephant.
Arrabbiato, deluso, mi fece fare una promessa: "Fra poco al cinema esce Angeli e Demoni e tu mi accompagni".

30 maggio 2020

Netflix Arcobaleno: Douglas | A Secret Love | Circus of Books

Netflix Italia produrrà solo serie a target teen (se non a tema mafia), ma Netflix nella sua internazionalità ha da sempre un occhio di riguardo per la comunità LGBT.
Questi documentari e questo stand-up comedy sono il meglio che si può trovare nel suo catalogo recente:

Douglas

Due anni fa il suo nome era sulla bocca di tutti assieme a quello di Nanette, il suo spettacolo non propriamente comedy in cui condivideva le gioie, i dolori e soprattutto i traumi della sua vita.
Ora Hannah Gadsby è tornata, con tutte le paure che comporta un secondo spettacolo di successo dopo una carriera decennale.
Torna, ed è più in forma che mai.
Dà fin da subito una lezione su come uno stand-up si può tenere e si può scrivere, riassumendo brevemente tutto quello di cui parlerà dando così un doppio se non un triplo significato alle battute e agli argomenti che arriveranno.
Consapevole ora del suo ruolo e della fama raggiunta, degli hater che si è fatta, Hannah prosegue per la sua strada.
Di traumi da condividere non ne ha altri.
Ma ha una dichiarazione che volutamente non vuole essere sensazionale, ovvero l'essere affetta da autismo.
Ha sassolini sulle scarpe da togliersi contro antifemministi, i maschilisti e gli hater stessi, che Hannah no, non riesce a fare come Taylor -Tay Tay- Swift e "shake it off".
Ha una serie di battute da fare, per alleggerire i toni, per dimostrare come basta poco per far ridere.


Stereotipi sugli americani?
Diversi nomi e pronunce rispetto all'australiano?
Riferimenti sessuali imbarazzanti e misogini?
Punzecchiature su chi è stato giustamente travolto dal #metoo e pure sui no vax?
Ricordi di un passato che fanno luce su molto del suo presente?
Riferimenti all'arte, su cui è laureata?
Abbiamo tutto, condensato in poco più di un'ora in cui seguire l'indice che ci ha presentato fin dall'inizio, in cui perdersi nei suoi ragionamenti, nella sua visione del mondo, nelle sue lezioni.
In quei dipinti rinascimentali a cui si arriva nientemeno che grazie alle Tartarughe Ninja, e un crescendo finale in cui si vorrebbe non si fermasse mai, e in cui causa eccessive risate, si deve per forza tornare indietro e risentire quelle battute.
Battute intelligenti, sempre, che raccontano di un mondo in cui sono gli uomini a dare i nomi alle cose, solo loro a dipingere e soprattutto a fare delle scelte.
Quanto al nome dello show stesso, che è quello del suo cane, ha una genesi così surreale che è meglio non svelare altro.
Forse meno controverso di Nanette, in cui non tutti i punti del suo ragionamento su Picasso mi hanno convinto, Douglas lo supera dimostrando il genio comico all'opera, puntuale, preciso, attento alle reazioni del pubblico e con una scrittura calibratissima.
Chiamatelo stand-up, chiamatelo show, lezione, monologo, one-woman-show, chiamatelo come volete, ma vedetelo.

Voto: ☕☕☕☕☕/5

A Secret Love

Terry e Pat si amano da più di 40 anni, ma hanno fatto coming out con le rispettive famiglie solo alla veneranda età di 65 anni.
Sì, avete capito bene: a 65 anni.
Terry e Pat si sono conosciute appena ventenni, senza capire bene l'amore che stavano provando e non si sono mai separate.
Ma erano anni in cui si rischiava l'arresto, il licenziamento, la diseredazione dalle famiglie se si amava qualcuno dello stesso sesso, e così Terry e Pat hanno continuano a sostenere di essere amiche che condividevano l'affitto per risparmiare o cugine zitelle che non avevano mai incontrato l'amore.
Finché Terry non ha deciso che era il momento, rivelando il tutto a una nipote sbigottita, più dal fatto che non le si fosse mai rivelata, che lei stessa non ci avesse mai pensato, che non per l'avere una zia lesbica.


La loro storia, unica ma non rara, viene raccontata scavando poco nel loro passato, molto nel loro presente, fatto di anni che si fanno sentire, di decisioni che vanno prese.
Con una casa troppo grande, la salute che abbandona, un trasferimento che va pensato, per riavvicinarsi ai parenti e avere l'assistenza necessaria.
Per raccontarci questo presente, si delinea così una divisione dei ruoli, fra gelosie e "cattivi", che visto superficialmente, aiuta poco la visione.
Il fatto che Pat abbia perso nel giro di pochi anni la sua intera famiglia, con l'unico fratello ad abbandonarla nel momento del suo coming out e Terry a rimanere il vero familiare, rende ancora più dolorosa la scelta fatta per renderla meno... "simpatica".
Mentre una soluzione si cerca, mentre un matrimonio viene deciso, ci si focalizza troppo poco su un passato quanto mai interessante.
Fatto di sport (il baseball femminile, con la carriera notevole di Terry nella major league femminile), fatto di leggi oppressive, di paure, di amicizie che nascono, di genitori che sanno o non sanno, di una Chicago che cambia e le include.
Sono i dettagli quelli che fanno sussultare, come lettere d'amore a cui manca la firma: in caso di ritrovamento, potevano essere una prova contro di loro.
Piangere, nel sentire e nel vedere questo amore che dura per 72 anni (SETTANTADUE ANNI!), è inevitabile, soprattutto in un finale in cui la salute va via via peggiorando.
Ma un velo di amarezza è inevitabile provarlo per quello che questo documentario ha escluso dal suo racconto, focalizzandosi sul particolare e non sul generale.
Una scelta, ovvio, ma a cui rimproverare qualcosa.


Voto: ☕☕☕/5


Circus of Books

Alla domanda: "Che lavoro fanno i tuoi genitori?", Rachel e i suoi fratelli erano abituati a rispondere: "Gestiscono una libreria".
Non sapevano -all'epoca- che la libreria in questione era specializzata in materiale a tematica gay, con pubblicazioni vietate ai minori e ci fosse un angolo dedicato al porno shop.
La risposta era quella politicamente corretta e accettabile.
Ma cosa ha spinto due persone semplici, distanti da quel mondo, religiose pure, ad aprire una libreria diventata negli anni '80 un vero e proprio punto di riferimento per la comunità omosessuale di Los Angeles che lì si riuniva, si conosceva, faceva i suoi acquisti senza paura?
L'occasione, come sempre.
Con un licenziamento da una parte e una prospettiva dall'altra.
Ma se Barry è sempre stato il più aperto della coppia, quello per cui non era un problema tutta la questione sessuale e si ritrovava a fare da padre a quei ragazzi che nell'ondata di AIDS si è visto morire sotto i suoi occhi, la religiosa Karen ha dovuto combattere con la sua fede, con i suoi precetti religiosi.
Perché, Karen e Barry scoprono dopo anni di avere un figlio gay.


Un figlio che ha faticato a fare un coming out.
Un figlio che Karen inizialmente non ha voluto accettare.
E viene da chiederselo come la proprietaria di un'isola felice celebrata, venerata, ricordata da un'intera comunità che lì si è innamorata, ha fatto sesso, ha incontrato i suoi idoli porno, possa avere una mentalità così chiusa.
Questo documentario realizzato dalla loro figlia Rachel cerca di dare una risposta e serve soprattutto a quella madre per fare ammenda, cosa che con l'attivismo sta già facendo, mentre interroga in continuazione quella figlia con la telecamera sull'utilità di riprenderla, di fare un documentario sulla loro storia.
Anche qui la brevità penalizza il materiale a disposizione.
Lo spazio dei ricordi, dell'attivismo, meriterebbe più approfondimento, così come la personalità semplice e sincera di Barry, per esigenze di narrazione schiacciata dalla più enigmatica Karen.
Si lasciano invece parlare clienti, vecchi e attuali commessi, amici d'infanzia e star del mondo del porno, la cui vita è cambiata grazie a questa strana coppia che con pudicizia è arrivata pure a produrli i film porno e a girare per fiere a tema in cerca di articoli che potessero far sopravvivere la loro libreria/porno shop.
Con l'arrivo di internet la crisi si è fatta sentire, e la chiusura è inevitabile.
Così, questo documentario vuole celebrare una decisione rischiosa (sia in termine di immagine -per l'epoca- che penale, con l'FBI ad indagare sul materiale venduto cosiddetto osceno), ma anche una famiglia, e soprattutto un luogo simbolo.

Voto: ☕☕☕/5

29 maggio 2020

Don't Think Twice

Andiamo al Cinema su Netflix

Facciamo un gioco.
Non pensarci troppo su, e a nome/domanda, dici la prima cosa che pensi:

Don't Think Twice...
... un titolo, molto, molto carino.
Gli attori di improvvisazione teatrale...
... dei gran creatori.
La scena off di New York...
... un covo di geni e invidiosi.
Don't Think Twice...
... un film che racconta di una compagnia di attori d'improvvisazione nella scena off di New York, geniali a modo loro, molto invidiosi di chi ha successo.
Miles...
... un fastidioso, noioso capogruppo.
Samantha...
... il vero diamante grezzo della compagnia, che da sola catalizza la scena.
Allison e Bill e Lindsay...
... il trio un po' nerd, in disparte.
Jack...
... un altrettanto fastidioso capogruppo egoista.

28 maggio 2020

Hector e la ricerca della felicità

È già Ieri -2014-

Hector è uno psicanalista triste.
Arriva a non sopportare i suoi lamentosi pazienti, a vedere delle crepe nella sua relazione scandita e fin troppo perfetta con Clara.
E così, su due piedi, decide di lasciare Londra e di imbarcarsi in un viaggio alla ricerca della felicità.
Metodico e viaggiatore alle prime armi, fa della Cina la sua prima tappa, passando dal lusso più sfrenato ai monaci d'alta quota, cercando risposte, consigli, annottando tutto nel suo diario di bordo che si riempie di disegnini e disegnetti.
Sono i soldi a rendere felici?
Sono le bugie?
È la preghiera?
Risposta, ancora, non c'è.
La seconda tappa lo porta così in Africa, da quell'amico dell'università che ha trovato un senso alla sua vita aiutando gli altri.
Qui, immancabili, nuove disavventure, fra rapimenti e minacce di boss locali, e una famiglia numerosissima che accoglie per cena.
L'ultima tappa è quella più importante, quella che in realtà ha spinto Hector alla sua ricerca e a giustificare le tappe precedenti: Los Angeles, a ritrovare l'amore di gioventù più visto, più sentito.

27 maggio 2020

Forgetting Sarah Marshall

È già Ieri -2008-

Ve la ricordate, vero Dispatches from Elsewhere, la serie di cui mi sono follemente innamorata e che meriterebbe più attenzione?
No.
Va bene, sono qui per ricordarvela, e per parlare di un altro progetto che ha visto Jason Segel coinvolto come ideatore, sceneggiatore e attore: Forgetting Sarah Marshall, in italiano -tristemente- Non mi scaricare.
A prima vista potrebbe sembrare una delle tante commedie romantiche-demenziali degli anni 2000, quelle commedie americane godereccie e sboccate che al pari dei nostri cinepanettoni, poco mi convincono.
Quei film in cui fra gli altri si sono alternati Segel stesso, Ben Stiller e pure il tanto odiato Adam Sandler, per le parti femminili Cameron Diaz e Katherine Heigl.
Insomma, non certo dei nomi che mi fanno accorrere al cinema.
Ma se sono andata a ripescare proprio questo titolo, un motivo c'è.