23 settembre 2026

Tony

Andiamo al Cinema

Tony è uno scrittore.
O meglio, dice di esserlo, con più idee sul romanzo da scrivere che parole scritte effettivamente.
Sicuro di sé, crede alla portata di mano una borsa di studio, la ragazza più bella del liceo e anche il suo futuro. Ma ovviamente la vita sa decidere senza le sue convinzioni.
Sicuro di sé, si diceva, ma non così tanto quando si trova da solo o di fronte a una madre che lo giudica e che si ritiene superiore. Scappa, allora, Tony, scappa a Providence dove lavora per l'estate quella ragazza e dove può fingere di averla vinta la borsa di studio, in realtà, affogando la sua tristezza, la sua solitudine e la sua inettitudine nell'alcool finisce per lavorare nella cucina di José Vatel.


Fa il lavapiatti, inizialmente, per quello che è un ristorante fast food vecchia maniera, pochi piatti nel menù, poco estro dietro i fornelli, disciplina quanto basta per non farsi licenziare, con uso di droghe ammesse.
Se da una parte c'è Vatel, con il suo carisma e il suo silenzio a imporre quella disciplina, dall'altra c'è Sal, cuoco semplice, sicuro di sé senza nessuna insicurezza neanche quando è solo, capace di conquistare una ragazza, fare a botte, farsi di droga e lavorare tutta la notte per poi ricominciare senza battere ciglio. Da chi lasciarsi davvero sedurre? Quale altra maschera indossare?
Tony nasce come tranche de vie biografico su Anthony Bourdain, sui suoi primi scalmanati anni prima di conoscere l'amore per la cucina, ma potrebbe essere un coming of age (o Bildungsroman, come viene chiamato nel film stesso) su un qualunque giovane, aspirante scrittore che negli anni '70 trova la sua strada e la sua vera natura dietro i fornelli.


Per fortuna, Matt Johnson non cerca l'effetto Tale&Quale, e lascia Dominic Sessa libero di esplorare il personaggio, rendendolo sbruffone, certo, ma anche timido con quella postura chiusa in se stesso, con quell'altezza camuffata e la magrezza a renderlo più fragile nella cucina di Vatel. Sembra in fondo lo stesso personaggio di The Holdovers, ma il beneficio del dubbio lontani da neve, maglioni e Natale, lo lascio.
L'amore, quello per la bella Emilia Jones, è il motore della rivoluzione che spinge Tony a cambiare, ma è il suo sguardo, attento ai personaggi che abitano una cucina, ai dettagli della vita passata di Vatel, quello che davvero ci fa capire quello che sta accadendo, dentro di lui.
Il fascinoso Leo Woodall e il granitico Antonio Banderas, completano il quadro che si muove in una Providence retrò e quasi nostalgica.
Sono anni in cui una fuga da tutto è possibile, in cui c'è chi sa tendere una mano e chi stendere con un pugno, anni che stanno rivoluzionando la gioventù ma anche tentandola con droghe pesanti. Tra pontili, monili, e vestiti e una colonna sonora rockeggiante, Matt Johnson li ricostruisce bene, abbandonando il suo Canada e parte della sua troupe di fiducia, per un film con una patina indie e riuscita, data da montaggio e ripetizioni e un certo grado di comicità leggera.


In tempi in cui la cucina sembrava aver saturato i racconti tra cinema e TV, Johnson dimostra che c'è ancora spazio per storie piene di cuore e di testa, facendo sua una sceneggiatura rimasta nel limbo di Hollywood per anni, adottando in parte quel respiro speciale che Christopher Storer ha dato a Chicago e raccontandoci senza strafare, senza puntualizzare in modo eccessivo la nascita di un eroe, che la cucina, con i suoi segreti, con i suoi demoni e con la sua importanza, ha saputa raccontarla al meglio.

Voto: ☕☕☕/5

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