9 settembre 2022

Venezia 79 - Monica | Chiara | Amanda

Monica

È una donna dal cuore spezzato che cerca di riconquistare il suono. 
È una lavoratrice del sesso, dall'attore meraviglioso. 
È una figlia che torna a casa, ma è un'aiutante per quella madre che non la riconosce. 
Era un figlio, prima, prima di essere cacciata, prima di allontanarsi, prima che quella madre si ammalasse e la nuora la chiamasse al suo capezzale.


Monica è tutto questo, e di più. 
Una sorella con risentimenti, una zia premurosa, una donna con ferite aperte. 
Intimo e silenzioso, il film di Andrea Pallaoro si insinua in una villa che cade a pezzi come la famiglia che la occupa, in cui i fantasmi del passato infestano il presente. 
Lo sguardo, è fisso, fissa è la macchina da presa a inquadrare situazioni e soprattutto personaggi. 
La Monica del titolo, è la bravissima Trace Lysette che regala intensità e profondità a un personaggio che si apre piano piano, come il film stesso, per finire per conquistare. 

Chiara

Alla presentazione del programma della Mostra, il direttore Barbera aveva fortemente criticato il cinema italiano, colpevole di produrre tanto, distribuire male. 
La classica questione della quantità preferibile alla qualità. 
Anche per questo i film italiani in concorso sono solo 4, due dei quali realizzati negli Stati Uniti. 
Se Il Signore delle Formiche è uno spaccato di storia classica, con tanto di recitazione impostata per una storia che meritava di essere raccontata, Chiara si sperava fosse diverso. 
La regia di Susanna Nicchiarelli che ai ritratti di donne non comuni ha fatto una missione, dopo Nico e Miss Marx, punta il suo sguardo su Santa Chiara. 



Ci immerge quindi in un Medioevo fatto di stracci e di preghiere, di donne devote e donne che cercano il loro posto nel mondo. 
Lo fa, però, con il suo stile. 
Che non apprezzo, meglio dirlo subito. 
Il risultato è infatti una fiction italiana che si cerca di rendere moderna con musichette e balletti, alcune in stile medioevale che già fanno sussultare, per poi arrivare all'apoteosi finale affidata a Cosmo. 
Disturbano gli zoom e le dichiarazioni d'amore melense in canzonette, disturba una protagonista che rende una Santa molto poco sopportabile, nel suo essere contro, imbronciata, difficile da capire senza sottotitoli. Lo stesso vale per Francesco, santo turbato e turbabile. 
In un mix non chiaro, il miracolo non avviene. 
Il senso del ridicolo prevale sul senso storico. 

Amanda

La Harold italiana si chiama Amanda, e cerca la sua Maude. 
Cerca una migliore amica, lei che di amici non ne ha, cerca un fidanzato, lei che non l'ha mai avuto. 
Incolpa la famiglia, che l'ha portata via da Roma, che ce la riporta ora che ha 25 anni. 
Una famiglia che la subisce e la vizia, lei che sta in un albergo, che torna quando vuole, per mangiare o farsi un tuffo in piscina o parlare con la piccola nipote, più socievole di lei. 
Ozia e si crogiola nel suo ozio, trovando difficile cambiare, fidarsi. 
La risposta è sempre pronta, l'umorismo tagliente, giudicando tutto e tutti. 
Incrocia possibili fidanzati che allontana, possibili migliori amiche che stanno peggio di lei, chiuse in una stanza, un percorso terapeutico da seguire, una madre affranta. 



Amanda si muove in un universo tutto suo, con tanto di divisa, facendosi amare nel suo spargere odio. 
Carolina Cavalli chiaramente influenzata dallo stile indipendente, compone quadri notevoli di situazioni paradossali. 
Non si scade nel banale, però, anche grazie alla bravura di Benedetta Porcaroli, bella anche da disagiata. 
Una sforbiciata qua e là ad alleggerire una sceneggiatura densa, poteva starci, ma il risultato si fa godibile e leggero. 
Una rarità, per questa Mostra italiana. 

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