30 settembre 2026

Una Moglie

#LaPromessa2026

Mantenere le Promesse, per sentirsi meno ignorante, per apprezzare la vera bellezza.
Concludevo così l'anno scorso il mio primo approccio a John Cassavetes, regista leggendario della Hollywood indipendente, studiato sui libri di scuola ma mai affrontato davvero. Su schermo.
Mi aveva convinto a inserirlo finalmente in una Promessa Pedro Almodovar, ritrovandoci molto di Pedro e dell'uso del colore e della forza delle donne ne La Sera della Prima.
A questo giro ho voluto ascoltare il consiglio di Cillian Murphy, stregato dalla prova di Gena Rowlands, attrice immensa in un ruolo indimenticabile. Un ruolo scritto da un uomo, un uomo che sembra conoscere bene le fragilità, le paure, le pressioni interne e esterne e le influenze dell'alcool in una donna, tanto da stupire la stessa Rowlands, sua moglie, per l'accuratezza con cui le ha scritto e consegnato Mabel Longhetti.
Moglie e madre di tre figli, casalinga disperata ma nel vero senso del termine, con scompensi e mancanze, con un modo tutto suo di stare al mondo e di approcciarsi agli altri. Superando spesso il limite, scavalcandolo a suon di bevute, trovandosi dalla parte del torto e della ragione, della vittima e della carnefice in un matrimonio che sembra infelice e sbilanciato ad uno sguardo, a suo modo puro e totalizzante in un altro.


La conosciamo mentre saluta i figli lasciandoli con qualche preoccupazione alla madre, desiderosa di passare una serata sola con il marito, un marito gran lavoratore, sempre troppo impegnato vuoi al lavoro vuoi con i colleghi di lavoro. Sarà impegnato anche quella sera, in un'emergenza imprevista che spinge Mabel fra le braccia di uno sconosciuto che approfitta della sua ubriachezza, risvegliandosi poi in una casa invasa in tenere banco e tenere a bada i suoi istinti.
La sua vita è fatta di vuoti e di pieni, di silenzi e musi lunghi e di uscite improvvise, di modi di fare esuberanti e provocatori che mettono in imbarazzo gli altri e suo marito, che però la vuole così, libera e diversa, sopra le righe che non sa controllarle finché uno schiaffo diventa il limite, finché le preoccupazioni degli altri, di chi da fuori assiste a questo matrimonio violento, impongono un'azione che è il ricovero forzato di Mabel. Sei mesi dentro un istituto da cui uscirà diversa, forse, forse più calma e più controllata, forse impreparata ad affrontare la festa che Nick le sta organizzando, le richieste che ha, le convenzioni da rispettare mettendo, di nuovo, in allarme gli altri. Figli compresi, che assistono impauriti, che la difendono, che saranno i veri influenzati dalla sua influenza.


Cassavetes ci chiude dentro questo matrimonio infelice, dentro questa casa che sembra troppo grande e troppo stretta per contenere due personalità così ingombranti e anche quando da quella casa esce, per stare al bar, sulla spiaggia, o al lavoro con Nick, sta addosso ai suoi protagonisti, a Peter Falk che riempie ogni spazio e ogni silenzio, a Gena Rowlands che magnetica impone il suo corpo, il suo sguardo, e ogni tic e ogni gesto in una Mabel fragile e interrotta.
Girato per lo più improvvisando, lasciando gli attori liberi di muoversi e di agire e reagire, senza sapere quando la macchina da presa partiva, quando davvero si entrava in scena, in un modo puro di girare che ha creato problemi sul set -con il direttore della fotografia ad andarsene e con lui parte della troupe- ma facendone un set elettrico, dove non c'erano parrucchieri o costumisti, dove Gena Rowlands si è occupata del suo trucco e dei suoi abiti, dove i non professionisti abbondavano tra amici e parenti e la voglia di aiutarlo, ancora, Cassavetes.
Lo stesso Falk è diventato produttore impegnando 500,000 dollari e rinunciando a un ruolo ne Il giorno del delfino convinto dall'idea di un film decisamente diverso, impegnativo, che visto oggi sembra presagire il movimento femminista di oggi con un ruolo moderno, ma che in fondo riflette la rivoluzione che era in nascere nel 1974.


Il ritardo con cui l'ho affrontato ha portato a un ovvio confronto con il Die My Love di Lynne Ramsay, non così riuscito, non così a fuoco, con una Jennifer Lawrence che a differenza di Rowlands non riesce a togliere la maschera di se stessa, e una costruzione delle scene a non essere mai incisiva e naturale come quella rappresentata da Cassavetes. Troppa estetica e poca sostanza, in un orrore che non ha bisogno di orpelli.
La naturalezza sta in un personaggio costruito a tutto tondo senza bisogno di sottolineare o spiegare troppo, seminando indizi sul perché della sua situazione, mettendo nello sguardo degli altri il timore, la preoccupazione e la rabbia per il destino di Mabel. E nel suo, di donna ferita, c'è un'arrendevolezza che resta difficile da spiegare per un film tanto scarno quanto complesso, tanto respingente quanto magnetico che anche se risulta ostico, anche se lo si vede con fatica, si finisce per pensarci ancora e ancora e ancora e ad applaudire a un regista, a un'attrice, soprattutto, sentendosi meno ignoranti, apprezzando la vera bellezza.

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